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Voltiamo pagina: governare in Italia, governare l’Europa. (Documento Democrazia e Istituzioni)

di Marco Lombardo

Voltiamo pagina: governare in Italia, governare l’Europa. (Documento Democrazia e Istituzioni)

(relazione di Marco Lombardo all’iniziativa Voltiamo pagina: governare in Italia governare l’Europa il giorno venerdì 9 settembre 2011 alle ore 12.19 ·

Per parlare di democrazia ed istituzioni in Europa bisognerebbe (ri-)partire dalla famosa domanda del segretario di Stato americano H. Kissinger che si chiedeva:

‘Se ho bisogno di parlare con l’Europa, quale numero di telefono devo fare?’.

Per molto tempo l’architettura istituzionale dell’UE è stata un laboratorio di ingegneria costituzionale ossessionato dal problema di colmare, da un lato, l’assenza di leadership europea e, dall’altro, il deficit democratico. A ben vedere, la storia di oltre 60 anni di integrazione europea può essere rappresentata come una lenta e progressiva evoluzione dei poteri del Parlamento europeo che ha consentito, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, di attribuire al Parlamento un ruolo di co-legislatore con il Consiglio dei ministri dell’UE.

Ciò nonostante, il processo di integrazione europea non è riuscito a sciogliere i nodi di un’Europa che sembra vivere perennemente nel limbo di un’identità irrisolta, ferma e timorosa in mezzo al guado, sospesa tra un’integrazione economica troppo avanzata per poter tornare indietro e incompiuta perché incapace di riprendere lo slancio costituzionale enfaticamente proclamato a Maastricht e che avrebbe dovuto portare le istituzioni europee a progredire verso un’Unione politica.

Le recenti vicende legate alla crisi economica e finanziaria di questa estate non hanno fatto altro che acuire ed evidenziare le contraddizioni insite da molto tempo nel processo di integrazione europea. Avere una politica monetaria comune con una monta unica (l’euro) ed un’istituzione sovrana ed indipendente (la BCE), senza avere una politica economica e finanziaria di livello europeo e mantenendo politiche fiscali nazionali significa inevitabilmente esporsi in balia dei mercati finanziari. Questo era un fatto risaputo che veniva sottolineato da tempo. Quello che è stato invece sottovalutato è stata la volatilità delle borse mondiali perché si è sottostimata la ‘capacità di fuoco’ che i mercati hanno acquisito grazie alla poderosa liquidità iniettata dai Paesi (in primis, dagli USA e dagli stessi Stati membri dell’UE) per tentare di arginare la recessione del 2008 al fine di evitare il contagio dell’economia reale. In assenza di sbocchi sicuri per investitori impauriti da una recessione economica mondiale che non consente di mettere la liquidità al riparo dalla crisi, se non nei beni rifugio come l’oro, gli investimenti hanno continuato a prendere di mira i CDS (credit default swap) ed i debiti sovrani.

Per quello che qui ci interessa, le vicende di questa estate hanno confermato che se oggi arrivasse la telefonata Kissinger probabilmente non risponderebbe Van Rompuy (presidente del Consiglio europeo) e sicuramente non potrebbe rispondere Barroso (impalpabile presidente di una Commissione europea mai così debole e genuflessa al placet dei governi nazionali). Molto più probabilmente risponderebbero (in videoconferenza) Merkel e Sarkozy. Il vertice franco-tedesco, nel tentativo estremo di difendere il progetto europeo dal disincanto dei mercati finanziari, sembra aver suggellato la definitiva prevalenza del metodo intergovernativo (ovvero la preminenza degli interessi nazionali coordinati a livello europeo) sul metodo comunitario (che invece si fonda sull’interesse europeo portato avanti da istituzioni europee sovrane ed indipendenti).

Incidentalmente bisogna dire che la discussione che si è animata intorno agli eurobonds non fa altro che prendere il problema della democrazia europea dalla coda e non dalla testa. Molti analisti riconoscono (a ragione) che l’introduzione degli eurobonds offrirebbe all’UE uno scudo in difesa dell’euro e dei debiti sovrani europei, in grado di mettere a riparo entrambi dall’attacco dei mercati (non alimentiamo ‘la cultura dell’alibi’ inseguendo il mito manicheo degli introvabili speculatori finanziari, please!). Tuttavia la Merkel e Sarkozy hanno ribadito, per paura che il contagio dei debiti sovrani potesse toccare i loro conti, che gli eurobonds non possono essere considerati un punto di partenza, ma un punto di arrivo di una nuova fase di integrazione economica. La discussione certamente è delicata ed importante, ma il problema europeo è insieme più a monte e più a valle.

La mancanza di leadership europea trova l’UE incapace di uscire dalle secche di una recessione economica nella quale naviga da tempo a vista. Ma il problema non è quello di discutere se ci voglia più o meno Europa, ma quale Europa vogliamo portare avanti. Un dato è certo: l’impasse del trattato costituzionale e la difficile entrata in vigore del Trattato di Lisbona hanno dimostrato come in UE a 27 il processo di integrazione europea non può più fondarsi su revisioni dei trattati come è stato sino ad ora dove l’integrazione è proceduta per piccoli passi in avanti sul piano giuridico-costituzionale soprattutto grazie al ruolo svolto dalla Corte di Giustizia dell’UE.

Non è più il tempo della riforma dei trattati; è il tempo della piena attuazione delle riforme previste nei trattati. Su questo punto molte cose possono (rectius: devono) ancora essere fatte per creare un contesto democratico realmente europeo. L’assenza di partiti politici europei come indispensabile cinghia di trasmissione tra i cittadini e le istituzioni europee e la mancanza di un’opinione pubblica europea sono cause della mancanza di leadership in Europa, non loro conseguenze. Una grande campagna elettorale europea di stampo transnazionale (come proposta da Andrew Duff) su temi europei può essere una delle possibili soluzioni, solo se si evita al contempo che la competizione elettorale europea si riduca ad una gara di popolarità buona sola per calciatori, nani e ballerine… Il diritto di iniziativa popolare dei cittadini europei può divenire un utile strumento per creare un autentico spazio pubblico europeo solo se viene sostenuta dalle principali forzi politiche e sociali degli Stati membri al fine di creare le condizioni per un esercizio consapevole del diritto/dovere di ogni cittadino europeo di partecipare attivamente alla vita democratica dell’Unione, colmando quel deficit di conoscenza ed informazione che colpevolmente grava sulle istituzioni europee.

In conclusione, l’Unione europea può ritrovare quel potere di trasformazione che lo ha reso agli occhi del mondo un modello di governo democratico della globalizzazione solo se saprà ritrovare al proprio interno le ragioni di una storia di successo.

L’europeizzazione della politica nazionale è la vera rivoluzione culturale che manca negli Stati membri: solo il risveglio di una cittadinanza attiva a livello europeo può costringere in questo momento i leaders (?) europei a ridare slancio ed ambizione al progetto europeo definendo la meta finale di un’integrazione non solo economica, ma anche giuridica, politica e sociale. Questo deve essere uno degli impegni politici che dovrebbe costituire il DNA dei partiti progressisti europei, anche perché la storia ci insegna che le resistenze ed i rigurgiti nazionalisti spirano sempre più forte nei tempi di crisi economica e sociale. Se la vera linea di demarcazione tra progressisti e conservatori coincide con quella che divide gli europeisti (e/o i federalisti) dai nazionalisti, l’impegno delle forze democratiche deve essere quello di sferzare i governi nazionali per rafforzare la dimensione europea di tutte le politiche nazionali.

E’ arrivato il momento di rendere i tempi maturi politicamente per l’idea che si possa continuare ad essere sovrani solo ad un livello sovranazionale. Prima ancora che di un nuovo organismo di governo economico dell’Eurozona ovvero dell’istituzione di un nuovo Ministro europeo dell’economia, abbiamo bisogno che dall’altro lato della cornetta ci sia una voce ferma che risponda: ‘Siamo noi, i cittadini europei’.

30 maggio 2012

© Marco Lombardo 2016