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Regole per le primarie. Non regole di ingaggio

di Marco Lombardo

Il clima di tensione e di avvitamento dello scontro nelle primarie non mi piace. Così come non mi interessa stabilire chi ha cominciato per prima e perché. Bisogna evitare di cadere nella trappola mediatica che vuole vedere due «eserciti» schierati a singolar tenzone per i due contendenti principali. Ma soprattutto bisogna saper rivolgere lo sguardo fuori dai recinti del consenso e guardare al Paese, lanciando un messaggio di unità, fiducia e speranza rivolto al Futuro.

La sobrietà ed il fair-play in questi casi non sono solo una cifra di stile. Sono la pre-condizione per un confronto sereno e costruttivo. Le primarie servono essenzialmente a scegliere una candidatura rappresentativa, a legittimare il leader della coalizione e ridare entusiasmo agli iscritti ed ai simpatizzanti. Perchè le primarie possano davvero riuscire a ricostruire la fiducia tra i cittadini ed i partiti, le regole devono essere chiare, precise e garantiste, per consentire la pluralità di candidati e la più alta partecipazione possibile degli elettori interessati.Per questo non si può che esprimere un ragionamento preliminare sulle regole e poi voltare pagina (una volta per sempre) ed entrare nel merito delle diverse questioni.

Sulle regole il mio ragionamento è questo. Punto numero uno: bisogna riconoscere a Pier Luigi Bersani un atto di generosità e coraggio nell’aver rinunciato alla norma dello Statuto che prevede che il segretario sia l’unico candidato del partito. Se non l’avesse fatto, non ci sarebbero state le primarie. Non era un atto dovuto e questo è sempre bene ricordarlo. Semmai sarebbe stato utile modificare la regola statutaria e non introdurre una deroga di natura ‘transitoria’ che potrà riproporre in futuro – ed in altre circostanze – il medesimo problema. Secondo punto: le regole di accesso per le candidature sono state (quasi tutte) di buon senso. Riuscire ad ottenere 18 mila firme degli iscritti (il 3% del totale) o 95 delegati (il 10% dei presenti all’assemblea del 6 ottobre) non sono norme anti-babele, ma soglie ragionevoli se ci si vuole candidare ad essere Presidente del Consiglio e non sfruttare le primarie come vetrina di visibilità. Però, chiederle quando le primarie erano già – di fatto – in corsa (ad ottobre) e non prima che la gara stesse per cominciare (luglio) è stato un errore. Così come ritengo che sia stato sbagliato chiedere ai candidati di raccogliere le firme in una sola (!) settimana di tempo. Così si rischia di far venire meno la prima condizione – la pluralità di candidati ed il pluralismo delle idee – ed inevitabilmente si perdono per strada i primi entusiasmi. Mi dispiace che a farne le spese sia stato proprio Sandro Gozi, la cui visione di Europa e di diritti avrebbe certamente portato ricchezza di esperienza e contenuti nel dibattito sulle primarie. L’aver poi aggiunto la soglia di raccolta di 20 mila firme in un’altra settimana tempo è un altro ostacolo che rischia di essere una seconda tagliola soprattutto per la Puppato che non è solo come una candidatura di genere, ma una candidata concreta e preparata. Essendo una regola uscita dal tavolo della coalizione, non vedo perché debba essere aggiunta anche ai candidati del PD che hanno già dimostrato di avere la loro rappresentatività, superando il primo step. Sull’albo degli elettori sinceramente mi sembra che stiano volando stracci per nulla: non è una norma contro l’inquinamento del voto (l’effetto Limbaugh è sempre stato limitato), né vuole essere una norma contro qualcuno. Se con le primarie si chiede una cessione di sovranità dal gruppo dirigente agli elettori, allora si deve anche chiedere l’assunzione di responsabilità degli interessati. Non c’è violazione della segretezza del voto, ma l’assunzione di un impegno, un patto tra cittadini ed i partiti sulla carta di intenti che è la cornice quadro del programma di coalizione. Su questa bisognerà ritornare più volte per spiegare cosa c’è scritto e non solo quale nome non compare.. 

Ciò premesso, non torniamo più sulle regole ed andiamo sul metodo.

Ciascun dirigente di partito ha il diritto di esprimere la sua preferenza e il suo voto ed ha il dovere di essere rispettoso e garante verso tutti gli altri candidati. Io voterò Bersani semplicemente perché è il candidato migliore. Avrò modo, tempo e luoghi per spiegare perché ritengo convintamente che lo sia. Allo stesso tempo non ho nessun problema a dichiarare l’ovvietà e dunque che chiunque vinca sarà il mio candidato. Vorrei che tutti ci assumessimo lo stesso impegno perché questa è un’altra condizione essenziale affinché il confronto sia il più possibile sereno e costruttivo. Non mi piacciono i colpi bassi; mi piacerebbe piuttosto che ciascuno di noi provasse a volare alto e riportare entusiasmo e fiducia in un Paese fermo dal punto di vista sociale e depresso da quello economico. Per questo mi impegnerò per un confronto costruttivo sulle proposte e sui contenuti. Perché la partita più importante è quella che viene dopo. Prima l’Italia.

18 ottobre 2012

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