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L’Atlante degli invisibili

di Marco Lombardo

Dopo la sconfitta referendaria del 4 Dicembre che profeticamente preannunciava la sconfitta elettorale del 4 Marzo, mentre da una parte si creavano intorno al “contratto di governo” le condizioni politiche per costruire un nuovo governo, il governo della “doppia minoranza” della Lega e del M5S, dall’altra parte ci si avvitava in una liturgica discussione interna sulla sopravvivenza dei democratici e della sinistra italiana.

In un vortice di dichiarazioni, tra richieste di abiure e corse al riposizionamento tattico, quello che al momento è mancato nel dibattito pubblico è l’analisi delle cause profonde che hanno portato gli italiani ad avere risentimento verso il Partito democratico. Al di là dei meriti e dei demeriti dei governi che si sono succeduti in questi ultimi anni (Letta, Renzi, Gentiloni). Al di là dei meriti e dei demeriti della polarizzazione politica determinata da leadership forti, come sicuramente è stata quella di Matteo Renzi capace di attrarre tante simpatie e speranze, quante antipatie e rancori.

Quello che è mancato a sinistra è un dibattito sulle cause profonde. Quello che qualcuno chiama la “cognizione del dolore“.

Non per crogiolarsi nell’atteggiamento auto-consolatorio dell’analisi della sconfitta, ma per capire dove si è sbagliato e da dove si deve ripartire.

La causa più profonda della sconfitta, a mio avviso, va oltre la rassicurante dicotomia tra renzismo e antirenzismo. E’ non aver capito quanto fuori dai palazzi del governo, negli strati profondi del Paese, fosse montata una rabbia diffusa, la disillusione, uno stato di rassegnazione contro un sistema che produce diseguaglianze. Lo stato permanente di insicurezza collettiva è l’effetto dell’esclusione degli italiani dalle attenzioni e dalle cure di chi aveva la responsabilità di governo. Non ne è la causa. Il Governo è stato percepito dagli italiani che non ce la fanno come il potere delle elité che stanno dalla parte dei vincenti. Dei governanti stessi. Insomma: dalla parte di chi ce la fa. Al più, nell’immaginario collettivo siamo stati percepiti dalla parte dei migranti, ma non dalla parte degli italiani che non ce la fanno. In questo, la narrazione leghista che sposta l’attenzione sugli stranieri è stata comunicativamente abile a mettere i poveri in guerra tra loro, senza che sia stato spiegato agli italiani che quando si mettono i poveri in guerra tra loro significa che ci stiamo tutti dimenticando di combattere la povertà.

Per contrastare il senso di disorientamento dei democratici e progressisti, per superare il limbo di una crisi identitaria che, è bene ricordarlo, attraversa la sinistra non solo in Italia, ma in tutta l’Europa, non basta un nome. E nemmeno un congresso. Ci vuole un pensiero nuovo che affondi le radici in valori antichi come l’umanesimo e la solidarietà. Ciò di cui avremmo bisogno per aggiornare le nostre mappe è disegnare un nuovo atlante. Un atlante dell’invisibile. Non basta volgere lo sguardo di cura e l’attenzione verso chi vediamo tutti i giorni. Bisogna avere il coraggio di scorgere l’invisibile che vive tra le pieghe del reale. Esplorare nuovi spazi con sempre nuovi occhi, abbandonando lo status di guardiani dei recinti del consenso che ci siamo costruiti nelle nostre pagine social. Gli invisibili non sono quelli che non si vedono. Sono quelli che non vogliamo vedere. Sono quelli su cui distogliamo lo sguardo della nostra attenzione mentre camminiamo per strada, un po’ per distrazione, un po’ per evitare di cadere nel senso di colpa. Sono quei giovani riders che attraversano le nostre strade in bici come modelli Sisifo schiacciati dal peso di un lavoro precario, rischiando la vita per 20euro al giorno. Sono quegli adulti senza fissa dimora che sono finiti per strada a causa di dipendenze, ludopatie, separazioni familiari, malattie o licenziamenti: troppo vecchi per il mercato del lavoro, troppo giovani per andare in pensione. Sono quelle giovani donne che dopo aver completato tortuosi e sudati percorsi di studio non riescono a vedere soddisfatte le loro aspettative professionali e sono costrette a spostare sempre più in avanti, il momento in cui poter diventare madri. Sono quei piccoli imprenditori ed artigiani sovraindebitati schiacciati dal peso dei debiti che non riescono a chiudere i conti e poter ripartire. E così via..

Questo è quello che la gente si aspetta da noi. Dare una mano a chi non ce la fa e dirgli “non sei da solo perché i miei occhi sono aperti su di te“.

Che se ne fanno di una forza politica di responsabilità istituzionale e di governo?

Hanno bisogno di una forza politica di responsabilità verso gli altri affinché sentano il nostro sguardo su di loro.

C’è una parte profonda del nostro Paese, da Nord a Sud, che non ha bisogno di una vaga promessa di speranza. Ha bisogno di umanità, concretezza, solidarietà. E’ quella parte del Paese che abbiamo dimenticato di vedere, ascoltare e proteggere. E’ quella parte di Paese che vede in noi i difensori dei poteri forti, non dei deboli. A questo dovrà servire il prossimo congresso. Non ad eleggere un nuovo segretario. Ma a disegnare insieme un atlante degli invisibili per ricostruire un’idea collettiva di democrazia dove restituire dignità ed includere chi ha più bisogno, oltre il muro delle cittadinanze, dentro un destino comune.

30 settembre 2018

© Marco Lombardo 2016