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La solitudine dei numeri primi. Lettera aperta a Pippo Civati e ai suoi sostenitori

di Marco Lombardo

Caro Pippo,

la tua decisione di lasciare il Partito Democratico è dolorosa, ma inevitabile.

Dolorosa non solo per quelli che ti hanno sostenuto alle primarie; anche per chi, come me, non ti ha sostenuto, ma ti segue e ti ascolta da sempre, con simpatia ed attenzione.

Non ero a Piombino nel 2009 dove venne piantato il seme di una nuova classe dirigente che poi sarebbe diventata quella che oggi qualcuno chiama ‘Generazione Leopolda’.

Ma c’ero qualche mese dopo al Lingotto di Torino ad ascoltare te, Serracchiani, Chiamparino, Gozi, Marino, Scalfarotto e tanti altri.

Ero a Firenze a ‘Prossima Fermata Italia’ con te e Renzi.

Ero a Bologna in Piazza Maggiore con te e Serracchiani.

Ho seguito l’evoluzione di un gruppo di persone che, in principio, si è fatto ammalìare dalle sirene della tabula rasa e dall’idea del manifesto generazionale.

Ma vi ho visto crescere, quando avete maturato la consapevolezza che le vostre ambizioni personali non facevano altro che prolungare la stagione politica dei vecchi compagni di scuola alla guida del Partito, abilissimi a sfruttare le vostre divergenze per garantirsi la loro sopravvivenza.

Infine, vi ho visto diventare classe dirigente quando avete trovato insieme il coraggio di archiviare una stagione politica ed inaugurarne una nuova.

E’ stato in quel preciso momento che tante persone, come me, hanno deciso che era arrivato il tempo di darvi una mano in quella sfida di cambiamento, impegnandosi in politica in prima persona.

Ma la contendibilità della leadership interna al PD è sempre stato il tallone d’Achille della vostra generazione. Ripercorrendo le tappe di questo percorso fino ad arrivare alla scelta del tuo abbandono, ho un solo grande rammarico: tu e Matteo sareste potuti diventare come gli ‘Splash Brothers’ dei Golden State Warriors che stanno incantando il mondo con il loro affiatamento e lo spirito di squadra.

Perché voi siete diversi, ma complementari. 

La forza, il coraggio e la leadership di Matteo per cambiare il Paese.

La tua capacità di ascolto, l’empatia e lo spirito comunitario per cambiare il Partito.

Avete scelto entrambi ‘il tintinnar di spade’: più per incompatibilità personali che per divisioni politiche.

Perché i vostri programmi erano diversi, ma complementari.

Il #cambiaverso di Renzi era lo shock vitale di cui l’Italia aveva bisogno per svegliarsi dal torpore del giorno della marmotta e liberarsi dalla paura del futuro.

Nel tuo programma mancava la forza dirompente di quella visione, ma c’erano molte idee forti e ben strutturate: lotta alla corruzione, gestione dei beni comuni, contrasto alla povertà, tutela ambientale, diritti civili.

Quello che serve ancora oggi, non per ‘coprirsi a sinistra’, ma per permettere al Paese di diventare più moderno, riducendo lo spread di civiltà che ancora ci allontana dagli altri Stati membri dell’Unione europea.

Eppure nell’ultimo anno tu hai scelto la solitudine dei numeri primi: confinato nel blog, nella ripetizione delle Convention, nei talk-show dei dibattiti politici, nell’esegesi dello spirito ulivista, nel dilemma amletico (e un pò morettiano) del dentro/fuori, inseguendo il sogno del cantiere della sinistra insieme a quelli che, una volta, avresti rottamato.

Non hai scelto di fare la minoranza dentro il Partito. Ma di fare l’opposizione al Governo.

Un po’ per scelta, un po’ per costrizione. 

Per questo oggi capisco che la tua decisione sia dolorosa anche per te, ma inevitabile. Forse persino tardiva: se questa doveva essere la tua strada, allora avresti dovuta percorrerla già qualche tempo fa.

Chi festeggia per la tua uscita dal PD non riesce a cogliere il senso profondo di una sconfitta per tutti. Le epurazioni, le diaspore e le decisioni disciplinari lasciamole agli altri partiti e movimenti.

Chi irride la tua scelta, non offre prova della forza della maggioranza, ma dimostra mancanza di umiltà e di lungimiranza.

Un grande Partito che si assume la responsabilità di cambiare il Paese deve imparare ad ascoltare le ragioni di tutti, discutere, confrontarsi e poi avere il coraggio di prendere una decisione.

Altrimenti si ritorna alla paralisi della palude ed alla dittatura della minoranza.

Per imparare a vincere bisogna prima imparare a perdere. Come ha fatto Renzi con il concession speech dopo aver perso le primarie con Bersani.

La tua scelta di uscire dal PD avrà un forte impatto su quelli che ti hanno sostenuto.

Io penso che sia Civati ad uscire dal PD, ma non i civatiani.

Sono convinto che la maggioranza di quelli che ho conosciuto e con cui ho avuto la fortuna di lavorare in questi anni credono fermamente che il PD sia la loro casa. Perché quello che forse nessuno ha compreso fino in fondo è che i sostenitori sui territori di Renzi e Civati sono in grandissima parte persone animate dagli stessi valori e dal comune desiderio di cambiamento. 

Continuo a pensare che i ‘civatiani’ meritino di avere pieno diritto di cittadinanza dentro il Pd. Non altrove.

Continuo a pensare che questo PD abbia molto bisogno della forza contagiosa delle idee del ‘primo’ Civati. Non dell’ultimo.  

Perché quello che a molti (invero, troppi) continua a sfuggire è che il Partito Democratico non appartiene ai dirigenti e nemmeno al suo Segretario, ma alla sua comunità di iscritti ed elettori ed ai suoi volontari che lo rendono un organismo vivente e pensante, non solo durante le scadenze elettorali. Non serve né per gratificare le ambizioni di carriera dei primi né a custodire il senso di appartenenza dei secondi, ma a rappresentare gli elettori di centrosinistra e a dare un governo all’Italia.

Rimango fiducioso che questo non sia un addio. Ma un arrivederci. Alla Prossima Fermata.

6 maggio 2015

© Marco Lombardo 2016