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La meritocrazia ed il motore spento del riformismo italiano

di Marco Lombardo

La meritocrazia ed il motore spento del riformismo italiano

pubblicata da Marco Lombardo il giorno domenica 30 maggio 2010 alle ore 11.17 ·

In un film di qualche anno fa, Nanni Moretti faceva dire a Michele Apicella (alter ego dell’idealtipo di elettore del centro-sinistra italiano) una frase che ancora oggi dovrebbe farci riflettere: ‘Chi parla male, pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti !’.

Già, le paroli sono importanti: a furia di ripetere ossessivamente le stesse parole senza affrontarne mai il loro contenuto, ne consumiamo il valore semantico e le svuotiamo di significato. Qualche esempio? Legalità, riforme, merito.. Prendiamo il caso del merito. A parole, non ho mai sentito nessuno misconoscere il valore della parola ‘merito’. A parole. Se poi scendiamo nel contenuto e ci poniamo alcune questioni sostanziali del tipo: ‘come si valuta il merito? come si misura il merito in economia, nella ricerca, in politica?’ le risposte cominciano ad essere evasive, meno nette, più frammentate.

La meritocrazia è un’ideologia e come tale ha i suoi presupposti morali prima ancora che economici.

Una società meritocratica presuppone: a) la possibilità per ognuno di realizzare pienamente la propria personalità basandosi sulle proprie capacità, anzichè sulle proprie origini o estrazioni sociali; b) la responsabilizzazione delle persone per cui viene premiato chi fa bene, mentre chi sbaglia paga.

Ed allora come si può valutare il merito di una società?

Una società che si voglia fondare sul merito ha bisogno essenzialmente di tre cose: 1) un buon sistema educativo perchè l’istruzione è il motore di una società dinamica: se esso funziona da ascensore sociale, può consentire anche a chi non vanta illustri natali di diventare la classe dirigente di domani. ma come si misura il merito nell’istruzione? è sufficiente comparare i risultati ottenuti dagli studenti nei test elaborati dalle organizzazioni internazionali? basta produrre più laureati, nel minor tempo possibile, con la votazione più alta per avere un’università più meritocratica?

2) un sistema economico sano, libero e dinamico in cui i consumatori premiano le imprese che operano meglio sul mercato perchè puntano sullo sviluppo, sull’innovazione, sulla ricerca, senza aver bisogno di aggrapparsi ad aiuti pubblici per sopravvivere sul mercato. Ma il merito in economia si misura solo in termini di massimizzazione del profitto o devono essere presi in considerazione anche altri fattori che misurino la responsabilità sociale di un’impresa?

3) un sistema pubblico equo ed efficiente che non scambi il diritto per il favore e che renda davvero la nostra una Repubblica fondata sul lavoro e non sulle relazioni sociali. A tal proposito, si può misurare il merito in politica? se sì, il merito dei nostri dirigenti politici si deve misurare solo in termini di capacità di creare consenso ovvero sui sondaggi di gradimento o è possibile misurare la capacità di azione dei nostri governanti sulla base di altri fattori, quali ad esempio il raggiungimento dei risultati attesi o promessi in campagna elettorale? ed ancora, una selezione della classe politica in chiave meritocratica conduce necessariamente alla tecnocrazia?

Queste ed altre domande credo che ‘meritino’ una riflessione vasta, attenta, meno improvvisata di quanto non si sia fatto fino ad oggi. Partendo da una situazione di fatto: quando ci troviamo in un sistema in cui l’educazione che consente di fare il vero salto di qualità nella vita professionale rimane un privilegio di pochi, quando la scelta della vita professionale non è libera ma diviene un’eredità tramandata dai genitori, quando le donne per emergere nella catena di comando devono faticare molto di più dei colleghi uomini, quando stretti nella morsa tra la nostalgia dei successi passati ed una prospettiva vaga ed indefinita di futuro migliore ci dimentichiamo di pensare ad operare nel presente, quando siamo culturalmente sempre pronti ad essere indulgenti verso chi sbaglia e lo sport nazionale diventa screditare chi ha ottenuto il successo, ci troviamo con certezza davanti ad una società non meritocratica. E più deprimente di vedere qualcuno che spreca il proprio talento può esserci solo la tristezza di trovarsi davanti ad un sistema che non sa o non vuole riconoscere i propri talenti.

Chi ha paura del merito, ovvero chi pensa che premiare il merito voglia dire avallare il darwinismo sociale o la legge del più forte, dimentica la forza egalitaria della legge del merito. Un sistema imperniato sulla giustizia e sulla solidarietà è continuamente teso alla ricerca del talento e lo aiuta ad emergere proprio laddove esso è più debole ed indifeso.

Più che la paura per la disuguaglianza sociale, dovrebbe farci riflettere la scarsa mobilità sociale del nostro Paese: più dell’aumento del numero delle persone che vivono sotto la soglia di povertà, ci dovrebbe fare rabbia il dato per cui i poveri sono sempre gli stessi ed alcuni di loro perdono ogni giorno la speranza di migliorare le proprie condizioni. Una società ineguale ed antimeritocratica è quella che costringere i poveri a restare tali per sempre, è quella che uccide la loro speranza di cambiamento e li condanna a vita.

Non c’è nessun carburante per il rinnovamento del Paese più forte e rivoluzionario della fiducia nel merito: la meritocrazia crea fiducia nel fatto che la selezione della classe dirigente avvenga su basi giuste, senza privilegi e senza indulgenza verso chi non porta i risultati promessi. La meritocrazia è il carburante che manca al riformismo italiano. Chi crede nel merito rischia nelle proprie idee, si mette in gioco sempre: come sentivo dire a qualcuno pochi giorni fa, chi crede nel merito ‘prima di cambiare Paese, vuole provare a cambiare questo Paese’..

30 maggio 2012

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