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Cosa (mi) resterà di #EXPO?

di Marco Lombardo

Si è chiuso Expo. Prima di pensare subito a cosa farne degli spazi, nel #DopoExpo, proviamo ad assaporare un momento fatto di orgoglio perché l’Italia ha vinto una sua sfida con se stessa, prima ancora che con il resto del mondo.

Ha ragione il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando dice che ‘l‘Italia vince quando è consapevole della sua unità‘. Questa sfida non è stata vinta da qualcuno contro qualcun altro. E’ stata vinta da tutti quelli che credono nel Paese. 

Solo qualche mese fa sembrava impossibile farlo partire. Impossibile se non in ritardo. Impossibile se non a prezzo della corruzione.

Poi, ad un tratto, l’impossibile è diventato possibile. Come dimostrano più di 20 milioni di visitatori.

Perché la politica a volte sa essere l’arte dell’impossibile se riesce a farci credere in noi stessi come Paese e non in fazioni ‘l’un contro l’altro armate’.

Tiriamo un bel respiro di sollievo. Ed ora espiriamo.

Per non eccedere nella boriosità, triste almeno quanto la litania del disfattismo.

Tra l’ansia (passata) di non farcela e l’ansia (futura) di cosa farne per il dopo, c’è lo spazio della riflessione sul presente.

Cos’è stato Expo? Cosa resterà dentro di noi di Expo?

A guardarlo da Facebook non c’è alcun dubbio: Expo è stata una sequenza impressionante di
foto su file di persone.

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Fortunatamente la finestra sul mondo è molto più grande del nostro giardino della pagina personale su Facebook.

In effetti le code umane (fuori e dentro i cancelli, per accedere ai padiglioni) sono state impressionanti. Ma a raccontare quelle ci pensano giá gli altri. A me piacerebbe che ci fermassimo a pensare un attimo ancora a quello che c’era dentro i padiglioni per poterlo raccontare a tutti quelli che non sono riusciti a venire.

Intendiamoci. L’esposizione universale sul cibo è un genere letterario che fa gara a sè. Difficile da inquadrare nelle categorie predefinite.

Non è un luna park del cibo. Ma a volte sembra anche quello.

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Non è un festival del glocal culinario. Ma a volte sembra anche quello.

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Dovete immaginarlo come una sorta di compito in classe collettivo, con tema predefinito, ma a svolgimento libero, in cui ogni Paese cerca di metterci un pò della sua anima.

Nel Padiglione Zero sembrava un set cinematografico dove raccontare la storia del rapporto tra uomo e Terra, attraversando la filiera agroalimentare.

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In tanti padiglioni stranieri sembrava una giostra di colori e di culture, mescolati dal cibo.

Personalmente io voto per l’Austria (considerando il Padiglione Zero ed il Padiglione Italia, fuori concorso): una traccia (solo) apparentemente fuori tema (‘Breathe‘ parlava di natura e non di cibo) ma di ampio ‘respiro’.

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Ma in tutto questo turbinio di aromi, all’uscita dei cancelli con alle spalle il Decumano, una domanda ti resta in testa, sospesa nell’aria.

‘Basterà per tutti?’

Perché il nostro modello di produzione globale non è sostenibile per i 9 miliardi di abitanti che vivranno su questo Pianeta da qui al 2050. Non basteranno le serre nel deserto e gli orti verticali, se non crescerà la consapevolezza globale sulla sicurezza alimentare.
Al di là dei numeri dei visitatori, del turismo, dell’impatto sul PIL, a questo dovrebbe servire Expo. A riflettere su come vincere la sfida globale sulla sostenibilità alimentare. Perchè nutrire il Pianeta (non solo noi!) è la grande sfida del futuro.

L’agricoltura è l’arte di saper aspettare.

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L’Albero della Vita dovrà rimanere lì a ricordarcelo come un comandamento o, se preferite, come un inno alla speranza nel genere umano.

1 novembre 2015

© Marco Lombardo 2016