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È l’ora di sfidare i falchi in Europa

di Marco Lombardo

Si parla spesso di ‘crisi’ in Europa facendo riferimento alla crisi economica che attraversa il continente europeo dal 2007 ed in cui, solo, ora si cominciano ad intravedere i primi timidi segnali di luce. Ma il problema dell’UE non è (solo) economico. E’ una crisi di senso, per avere smarrito la propria anima. Esaurita la spinta propulsiva del sogno dei padri fondatori, l’Europa si ritrova oggi nel limbo di un’identità irrisolta.

Questa Europa ha più bisogno dell’Italia di quanto non sia vero l’inverso. La stagione delle riforme avviate dal Governo Renzi ha risvegliato quello che, per molti anni, è stato considerato il grande malato d’Europa.

Ora, il Paese si sta avviando sulla strada della crescita ma ha bisogno di un salto di qualità nell’affermazione di una leadership europea che consenta, da un lato, di esercitare consapevolmente la sovranità nazionale, tutelando i propri interessi nelle sedi europee e, dall’altro, di ridefinire le priorità e le strategie italiane nell’UE. Il programma annunciato dal sottosegretario Sandro Gozi sul Corriere della Sera (‘L’Agenda italiana per riformare l’Europa’) rivela l’ambizione di una politica a geometrie variabili, con alleanze strategiche con diversi Stati membri per affermare alcune nostre priorità, in vista del rilancio del processo costituente da avviare in occasione del 60° anniversario dalla firma dei Trattati di Roma.

La prima priorità riguarda l‘immigrazione.

L’accordo di Relocation (il piano UE sulle quote che prevede la redistribuzione in 2 anni di 160.000 profughi, dai Paesi a più forte pressione migratoria, come Italia, Grecia ed Ungheria, ad altri Stati membri) è un timido ma significativo segnale dell’applicazione dei principi di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità che dovrebbero governare le politiche UE su immigrazione, visto e asilo. Ma per uscire dalla dittatura dell’emergenza bisogna fare di più. Intanto l’Italia dovrebbe guidare l’azione europea di monitoraggio e sicurezza delle acque internazionali davanti alla Libia, che recentemente è stata autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per fermare i trafficanti di migranti ed i barconi della morte. Poi deve farsi promotore di una revisione delle regole di Dublino, individuando nuovi criteri per definire lo status europeo di rifugiato, superando il collegamento tra la presentazione della domanda ed il primo paese di approdo, ed affrontando il tema dei minori non accompagnati. Inoltre, l’Italia deve lavorare ad un negoziato per modificare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Se pensiamo che quello che sta succedendo sia un’emergenza, non abbiamo ancora la percezione di quello che avverrà con i rifugiati climatici, che non risultano ad oggi protetti dalla Convenzione di Ginevra perché lo status di rifugiato deve essere legato al pericolo di vita imputabile al comportamento di uno Stato.

La seconda priorità riguarda la crescita economica.

Ci sono almeno tre assi su cui l’Italia deve dare profondità alla sua azione: il mercato interno digitale, l’economia circolare e la revisione del patto di stabilità. Il mercato digitale europeo è un potenziale di crescita enorme per l’UE in generale e per il nostro Paese in particolare, in termini di produzione e di nuova occupazione. L’economia circolare deve essere l’occasione per ripensare al sistema del mercato delle quote di emissioni. Il caso Volkswagen non riguarda solo la Germania e non riguarda solo il settore delle auto. I ricorsi giurisdizionali che già dal 2007 si susseguono davanti alla Corte di Giustizia evidenziano un problema strutturale, legato alla mancanza di controlli e verifiche sulle emissioni prodotte non solo dalle cause automobilistiche, ma dalle imprese chimiche, siderurgiche, farmaceutiche. Una vera ‘green bubble‘ pronta a scoppiare in qualsiasi momento. Infine, la definizione di regole comuni di contabilità europee per distinguere in maniera chiara e definitiva tra spese ed investimenti. E ciò che il Governo spera di fare nell’equivoca formula dell’allentamento del Patto di Stabilità. Per intenderci: la sicurezza nelle scuole, le risorse pubbliche da impiegare nelle quote di cofinanziamento (per non perdere i fondi europei) e la decontribuzione fiscale per le imprese ad alto tasso di innovazione (sul modello credit tax sul cinema) sarebbero tre misure concrete da inserire in quel Masterplan per il Sud, per ora solo annunciato ma non ancora pervenuto.

La terza priorità, ultima ma non meno importante, riguarda la riforma della governance europea.

I recenti eventi, dal rischio di Grexit ai profughi siriani, segnalano il fallimento del metodo intergovernativo e la necessità di ristabilire il primato del metodo comunitario con la centralità di Parlamento europeo, Commissione e Consiglio.

Ma per fare questo non bastano nuove regole dei trattati; ci vuole una nuova narrazione del sogno europeo più orientato all’integrazione dei popoli che a quello degli Stati. L’Europa non può essere un ‘menù à la carte’. Se si vuole ottenere il beneficio del mercato interno, della concorrenza e delle libere circolazioni, allora bisogna anche stare dentro il rispetto delle regole, dei principi, dei valori fondativi dei trattati. Minacciare di utilizzare l’art. 7 TUE contro l’Ungheria (che costruisce un muro di 175 km al confine con la Serbia) può essere un forte strumento di pressione per ristabilire la priorità dei principi, dei valori, dei diritti fondamentali. Per un Paese che può accomodarsi fuori, se non vuole più rispettare le regole, ce n’è un altro che dobbiamo fare di tutto per tenere dentro. E’ l’Inghilterra che nel 2016 voterà il referendum per decidere se restare o meno in UE. È questo il primo passo di un trittico di eventi decisivi per l’Europa, con le prossime elezioni del 2017 in Francia e Germania. Da questi tre Paesi e dall’Italia che deve ripartire il processo di integrazione europea.

Chiedere la governance economica europea sull’area euro deve essere funzionale alla richiesta di una governance politica nel processo di riforma dei trattati di Lisbona, perché l’impasse non può essere superata né dal Piano Junker, né dal rapporto dei 5 Presidenti. Piuttosto, la dichiarazione comune dei presidenti delle Camere di Italia, Francia e Germania si muove nella giusta direzione, ma senza una leadership forte in Europa rischia di rimanere solo un wishful thinking.

In breve. Il successo di Expo (20 milioni di visitatori) è stato la dimostrazione che questo Paese ce la può fare quando crede in se stesso. Un’iniezione di fiducia da riversare ora in campo europeo. Basta parlare dei gufi. Adesso è il momento di sfidare i falchi in Europa per riportare l’Italia nel posto che le compete, nell’avanguardia della locomotiva europea.

(Articolo pubblicato sul Blog www.idemlab.org

19 ottobre 2015

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