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AAA: cercasi (ri)scatto d’orgoglio

di Marco Lombardo

Chi lascia la propria casa si porta sempre dietro il senso della nostalgia.

Chi lascia il Sud per trasferirsi al Nord è condannato a vivere sulla propria pelle il senso di colpa per l’abbandono della propria terra. Se non lo sente di suo, ci pensa chi è rimasto a ricordarglielo ogni giorno.

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A dire il vero, i flussi migratori verso il Nord d’Italia ci sono sempre stati. E sempre ci saranno. Almeno fino a quando il Sud non garantirà oltre al clima, alla bellezza e alla generosità della sua gente anche un lavoro decente e servizi di qualità.

Ma quello di cui nessuno parla più in Italia è la mutazione del flusso migratorio interno.

Una volta partivano in massa gli operai per dare manodopera a basso costo nei grandi agglomerati urbani. Oggi partono i professionisti: ingegneri, avvocati, architetti, medici, economisti. (secondo il rapporto SVIMEZ, ogni anno ci sono 20mila laureati che lasciano il Mezzogiorno per trasferirsi nel Nord). 

In breve, stiamo espropriando il Sud di un’intera classe dirigente. E non chiamiamola fuga di cervelli. Il problema non è quello che parte. È quello che non torna. O meglio. È quello che resta.

19_reggio2Prendo il caso di Reggio Calabria. Perchè è la mia città (di partenza). Ma anche perchè è emblematica della decadenza (di una parte) del Meridione, della rassegnazione, della désespoir come direbbe Dominique Moisi.

Smettiamola di parlare di questione meridionale. È un problema di crescita e di equità dell’intero Paese. Per cambiare verso bisognerebbe invertire la direzione di marcia.

Torniamo al Sud.

Era parecchio tempo che non tornavo a Reggio Calabria. Forse troppo.

Ho visto una città trasandata, abbandonata a se stessa, con cassonetti che trasbordano spazzatura, cornicioni che cadono in pieno centro ed una rete fognaria che fa acqua da tutte le parti.

Reggio appare come una donna bellissima con il volto solcato dalle cicatrici dell’incuria. E qualcuno la chiamava persino ‘Modello Reggio’.. Reghium decadence, piuttosto!

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Un’atmosfera di decadenza degna della grande bellezza di Sorrentino, con feste e lustrini organizzate come armi di distrazione di massa per distogliere lo sguardo dell’opinione pubblica da montagne di problemi irrisolti. Si paga la Tares più alta d’Italia (531 euro a famiglia!) per non avere nemmeno la raccolta differenziata. Non dico il servizio di raccolta porta-a-porta. La differenziata. Con una società di multiservizi (la Leonia) infiltrata da tutti i pori.

Reggio Calabria, una tra le città d’Italia con il più alto rischio sismico che non ha mai avuto un piano regolatore. Con un museo della musica andato in fumo. Con i bambini che non possono andare agli asili nido pubblici. Con un lavoro nero ed un’evasione fiscale da paura. Senza tessuto industriale, nè piccola e media impresa (v. Mezzogiorno oltre la crisi: l’analisi della voce.info). Con negozi che aprono e chiudono ad intermittenza per lavare soldi sporchi. 

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Con (troppi) giovani disoccupati che pascolano sul corso, trascinandosi da un aperitivo all’altro. E (troppi pochi) giovani leoni che cercano di fare onestamente il proprio meglio in un contesto da trincea del lavoro.

Una città che finita la sbornia della festa si è svegliata nuda, guardandosi allo specchio con la notizia dello scioglimento per infiltrazione mafiosa. Non incuria, cattiva amministrazione o conti in dissesto: benchè ognuno di questi motivi sarebbe bastato per il commissariamento.

Parliamo del primo capoluogo di provincia sciolto per infiltrazione mafiosa. Già, la mafia. Strano destino quello della Calabria. Quando la mafia uccise Falcone e Borsellino scattó qualcosa nelle coscienze degli italiani, non solo dei palermitani.

Per un giorno, per un momento, tutti gli italiani ci sentimmo di Palermo. E qualcosa si mosse per sempre. 

La storia della ‘ndrangheta invece è immobile; e, in parte, ignota. 

Quanti di voi sanno che nel biennio 1988-89 ci furono oltre 200 morti per le strade di Reggio Calabria?

Quando da bambino andavo a scuola, dovevo passare dal check-point dei militari, proprio davanti al tribunale. Una città assediata dalla guerra alla criminalità, con l’esercito mandato ad infiltrare lo Stato in un territorio controllato dalla ‘ndrangheta. Un esercito sconfitto e costretto a ritirarsi in buon ordine. La Calabria non è mai riuscita a rivendicare i suoi morti di ‘ndrangheta. Eppure sono caduti anche qui magistrati di valore, come Antonino Scopelliti.

ammazzatecitutti-funeraliA dire il vero, gli unici che ci hanno provato sono stati i ‘ragazzi di Locri’, all’indomani dell’omicidio di Fortugno davanti al seggio delle primarie dell’Unione il 16 Ottobre del 2005, con uno striscione ‘E adesso ammazzateci tutti’ che ha bucato per un istante le coscienze degli italiani.

Ma è rimasto un battito d’ali, un grido isolato di libertà perchè la Calabria non ha (ancora) una propria coscienza politica.

La lotta alla criminalità è delegata alla magistratura. O meglio, ad alcuni magistrati. Di certo, non alla politica. E nemmeno alla cittadinanza.

Quello che manca, ora come allora, è un (ri)scatto di orgoglio. 

Di fronte ad una situazione insostenibile, ti aspetteresti serrate dei commercianti, proteste collettive, piazze piene di cittadini arrabbiati, gente che porta la spazzatura davanti alla sede del Comune. Insomma un clima infuocato di ribellione sociale. E invece trovi rivendicazioni individuali (chi chiede il lavoro, chi vuole pagare meno Tares, chi vuole le luci di Natale perchè, in fondo, è festa…), lamentele diffuse come sottofondo a conversazione da bar, sempre affollati di ragazzi indolenti.

E allora ti viene da chiederti: di chi è la colpa? Di una mentalità lasciva e ignava? Si, anche. Della ‘ndrangheta? Sì, certo, a patto che non diventi l’alibi perfetto per lavarsi la coscienza di ciascuno.
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A me pare che la colpa più grande sia l’assenza di una vera e propria classe politica. Da destra a sinistra. Con gradi diversi di responsabilità, certo, ma con gradi contigui di complicità nell’omicidio dell’orgoglio di comunità.

Lo scioglimento per mafia andrebbe vissuto come ferita d’orgoglio. Come sospensione insopportabile della democrazia. Come onta da lavare agli occhi dell’Italia. Come vergogna. Invece è vissuta come fastidio.

Sembra quasi che nessuno senta davvero l’urgenza di tornare alle urne. Nessuno si rimbocca le mani per stimolare la febbre del fare. In fondo, pare quasi che il ritorno alla democrazia sia pericoloso per tutti. Per un centrodestra che ha bisogno di trasformarsi in fretta e ricostruirsi una credibilità dopo anni di malgoverno e per un centrosinistra che ancora non è pronto ad assumersi con coraggio la responsabilità del cambiamento. E chi mi conosce lo sa quanto la seconda mi addolori più della prima.

Una classe politica inadeguata alla sfida del cambiamento, incapace di guardare oltre le scadenze elettorali, con un orizzonte di visione che si ferma al tetto di una città immobile.

E allora sembra che non ti resti niente da fare che rifugiarti tra gli affetti del tuo piccolo mondo antico.

Poi una notizia d’improvviso ti illumina un sorriso. Come un leggero soffio di speranza.

L’immagine di una coda composta di cittadini davanti al museo per il ritorno dei bronzi di Riace. Come un fiore che germoglia dal cemento. Una lunga coda, ordinata, 4000 persone in fila,zcVYnplgPUzvjO83O5cClh70ApZXrx6tEuXUxIMwX2Q=-- sotto un sole invernale, lì in attesa di riabbracciare gli eroi guerrieri venuti dal mare. Ecco quello di cui avrebbe bisogno. Di eroi guerrieri. Non di bronzo. Ma in carne ed ossa

 

 

 

 

 

 

30 dicembre 2013

© Marco Lombardo 2016